Modena, «Momò, bimbo di Belleville ci riporta alla nostra infanzia e ci rende un po’ più umani»

Silvio Orlando protagonista al Teatro Storchi di Modena domani e mercoledì alle 20.30 con “La vita davanti a sé”: commozione e divertimento nella storia di un piccolo migrante  

MODENA. Silvio Orlando si confronta con il romanzo “La vita davanti a sé” di Romain Gary, scritto nel 1975 con lo pseudonimo di Emile Ajar e ripubblicato nel 2005 da Neri Pozza Editore.

In questo adattamento per il teatro, l’attore ci conduce dentro le pagine del libro con la leggerezza e l’ironia di Momò, diventando con naturalezza il bambino protagonista.


Lo spettacolo, diretto e adattato dallo stesso Silvio Orlando che condivide il palco con l’Orchestra Terra Madre e che abbiamo intervistato per l’occasione, sarà in scena al Teatro Storchi di Modena domani e mercoledì alle ore 20.30.

Un romanzo ancora attualissimo che racconta la storia di Momò, bimbo arabo di dieci anni che vive nel quartiere multietnico di Belleville nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani.

Orlando ci conduce dentro le pagine del libro dando vita a uno spettacolo dove la commozione e il divertimento si inseguono; Romain Gary ha anticipato il tema della convivenza tra culture, religioni e stili di vita diversi in una Europa dove i flussi migratori si innestano sulla crisi economica, generando nuove e antiche paure soprattutto nei ceti popolari.

E questo spettacolo spinge a chiedersi quale sia la funzione che può e deve avere il teatro in questo spaccato sociale.

Orlando, parlando dello spettacolo ha detto che “l'anziano che sei adesso è determinato dal bambino che sei stato”. Lei che bambino è stato e quanto del bambino che è stato c'è in Momò?

«Naturalmente ognuno ha la sua biografia e i suoi traumi che sembrano unici al mondo, ma ho scoperto attraverso lo spettacolo che ognuno è portatore di un trauma. L’idea di parlare di questo ragazzino così disagiato perché è un migrante, ha dieci anni, è orfano e non ha prospettive, fa fare i conti con la propria infanzia a chiunque. È un tema molto commovente nel senso che smuove tanto nelle persone che lo vedono; se lo avessi fatto sul tema dei migranti o della convivenza delle etnie diverse forse avrei fatto un spettacolo più freddo. Così, invece, credo di aver fatto un po’ riavvolgere il nastro della vita alle persone e, a mia volta, ho riavvolto anche il mio di nastro, per renderlo uno spettacolo universale. Questo spettacolo non sana traumi e ferite, ma fa quello che dovrebbe fare sempre il teatro: creare una comunità di persone che si riconoscono in una sensibilità comune, perché il teatro può dare un nome e un cognome alle persone e tirarle fuori da un qualcosa di indistinto, farle diventare essere umani».

“Bisogna voler bene” sono le ultime parole del romanzo di Gary: il voler bene è una forma di stare al mondo in cui si ritrova?

«Quella è una provocazione di questi tempi in cui va molto di moda il politicamente scorretto. Avrei potuto toglierla perché per molte persone credo sia come un gesso sulla lavagna, qualcosa di intrasferibile in questo momento in cui tutti fanno finta di essere cinici. Penso che possiamo comunicare in modi diversi e mettere tutte le risorse che vogliamo, ma se non si parte dall’amore non si va da nessuna parte».

Con questo spettacolo vuole favorire un dibattito sul tema dei migranti e non solo: quanto può fare l’arte, in particolare il teatro?

«Cercare di arrivare al cuore delle persone e anche qui dare un nome e un cognome a degli esseri umani che ci appaiono come una massa indistinta, che ci fa un po’ paura. Quando poi queste persone le guardi negli occhi, ne ascolti le storie, la paura passa e viene sostituita dalla compassione, che è l’unica cosa che definisce e qualifica un essere umano rispetto a un animale. Il teatro e la letteratura possono svolgere una grande funzione e farci uscire un po’ destabilizzati da questo confronto».

Condivide con il giovane protagonista la necessità costante di poter controllare le cose per non esserne travolto. Che rapporto ha con l’incontrollabile che è un elemento così presente nel suo mestiere, se pensiamo ad esempio alle reazioni del pubblico, alle emozioni che può suscitare uno spettacolo?

«Siamo tutti in balìa degli eventi, possiamo controllare quello che vogliamo, ma poi esiste un destino che ci sovrasta, che ci determina. Avere degli strumenti in mano, dei compagni di viaggio, che posso essere letterari o anche esseri umani, aprirsi agli incontri come fa il protagonista, può salvarci, toglierci un po’ di paura che a sua volta è un segnale molto importante per evitare di farsi troppo male. Ma se si è dominati dalla paura si è paralizzati. L’incontro con i più saggi di noi ci può indicare delle strade e farci uscire da quella che è veramente la malattia del secolo: la solitudine. Il teatro dovrebbe aiutare in questo, a parlare con il cuore delle persone, tirarle fuori dalla solitudine, da un’autoreferenzialità totale, dallo schermo del computer, serie televisive e divani. Il teatro è una cosa che strappa via di casa, ti costringe a sederti di fianco a uno sconosciuto, occasione per creare una comunità, unico antidoto all’incontrollabile».

Il suo incontro salvifico?

«Per la mia generazione il cinema non era solo andare a vedere un bel film, ma fare un’esperienza dalla quale uscivi cambiato come essere umano. Come la letteratura, il cinema accende desideri e pulsioni, a volte molto importanti. Poi ci sono gli incontri in carne ed ossa, nel mio caso ad esempio con Salvatores, Moretti, Sorrentino, tutte cose che mi ha hanno molto aiutato a trovare il famoso posto nel mondo che tutti quanti cerchiamo».

Informazioni sulo spettacolo e prenotazioni:

modena.emiliaromagnateatro.comÈ o 059 2136021.

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