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Modena, “Cosa resta dei vetri” L’uomo e le sue fragilità riflettono il nostro tempo nei versi di Elisa Nanini

La poesia dei giovani talenti/1 Nel suo libro una visione cruda della vita La bellezza segreta si riscopre nei dettagli quotidiani 



MODENA. «Un esordio notevole», sostiene Alberto Bertoni, è quello di Elisa Nanini con la raccolta di poesie “Cosa resta dei vetri” (Corsiero editore, pp.60, euro 13). La Nanini, con cui iniziamo il viaggio nella poesia di giovani talenti modenesi, “conferma – evidenzia il noto critico - come un consistente patrimonio culturale, anche oggi, promuova e rafforzi la libera manifestazione emotiva oltremodo cara alle ultime e ultimissime generazioni della poesia”. Elisa si è laureata in lettere moderne all’Università di Bologna, dove prosegue attualmente gli studi umanistici in italianistica. I suoi versi (da segnalare pure la sua inclinazione per la fotografia e la pittura) sono stati selezionati in concorsi , nelle riviste online. Collabora con «Hermes Magazine» (2021) ed è coinvolta in diverse iniziative culturali. La sua poesia non è di facile comprensione. “Riflette – spiega l’autrice – la situazione complessa in cui viviamo. Il titolo del libro racchiude una tensione interna tra quella che è caducità e un desiderio di permanenza delle cose. Una tensione che si manifesta in una situazione di dolore, di paura della perdita. “Cosa resta dei vetri” è una domanda in una frase affermativa. Da una parte c’è l’idea di durata determinata dal verbo restare e, dall’altra, tutta la frammentarietà, la fragilità dei vetri”.


Quali corrispondenze stabilisce la natura umana con quella vegetale?

«Questa raccolta guarda l’elemento vegetale da diversi punti di vista: in rapporto con l’uomo e anche in rapporto a ciò che l’uomo produce. Si stabiliscono tra elementi umani e vegetali dei meccanismi di osmosi, di partecipazione che rendono labili i confini».

Che significato assume il tempo, tra “orizzonti ciechi, l’incubo della malattia, macchiati silenzi, il cielo offuscato d’oggi”?

«Anche la proiezione temporale, come quella spaziale, risente di queste paure, del dolore in cerca di speranza. Infatti c’è un continuo oscillare tra ricordi, memoria e ciò che può essere una prospettiva futura. Il ricordo diventa un tramite, qualcosa per una luce flebile, una piccola alba, come si può vedere anche nella poesia del “Bucaneve”. C’è una visione cruda della vita che, comunque, si cerca di abbracciare nella sua totalità».

C’è un inno a Modena e alla sua bellezza segreta. E Bologna come viene rivisitata?

«Modena viene vista attraverso i suoi riflessi, i continui rispecchiamenti nelle cose più piccole, ma anche da più prospettive. Credo che la bellezza segreta è quella che si riscopre ogni giorno ed emerge dal dettaglio quotidiano. Bologna, invece, è la città degli studi universitari ma diventa sovraccarica di preoccupazione e dolore. Lo zaino viene appesantito da elementi sovraccarichi che ci lasciano disarmati».

Cosa l’ha portata alla poesia?

«Ho amato la poesia sin da bambina. Ma è stato fondamentale l’ambiente universitario per trovare un confronto. Bertoni mi ha dato consigli, stimoli, insegnamenti fondamentali”.

E’ un patrimonio culturale notevole su cui fonda la poesia?

“Non credo sia necessaria solo la cultura. E’ un arricchimento anche la parte istintiva da tener viva, lasciandoti colpire dalle cose del mondo esterno, da ciò che ci circonda. Lo sento come imperativo. Ho scritto da bambina perché colpita dalle immagini, dai colori. L’ascolto, la lettura fanno parte della poesia stessa».