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“Forbici”: l’uomo, l’altro e l’amore con gli occhi di una ventenne

Teresa Vannini, allieva attrice, pubblica un’opera in versi col linguaggio interiore di una donna non più adolescente sulla figura maschile tra desiderio e assenza

Modena. “Forbici” è «un racconto in versi da leggere a pezzi senza pretendere di capire la storia retrostante della narratrice, una ragazza. Un romanzo di formazione ma con la tecnica del “flusso di coscienza” di James Joyce. Ma che viene anche costellato da brani poetici e canzoni nello stile delle grandi donne cantanti e cantautrici che hanno messo l’uomo al centro del racconto di se stesse (Janis Joplin, Amy Whinehouse, Maria Antonietta, Lana del Rey). “Forbici” è mostrare che una donna può e deve riconoscere all’uomo non la totalità della sua vita, ma è anche profondamente femminista perché vede l’uomo come l’ispirazione per la propria arte e i dolori come la linfa che crea arte. Io credo profondamente che l’arte possa essere questo e che ogni avvenimento della vita come racconto nei miei brani possa e debba essere trasformata in arte». Solo parole dalla prefazione di un debutto letterario, un’opera tra poesia e teatro che si chiama “Forbici”. Le ha scritte l’autrice stessa, Teresa Vannini, una donna di vent’anni.

Appena uscito in libreria e disponibile in formato ebook per Gli Elefanti Edizioni, “Forbici” è più di un’opera autobiografica in versi di una ragazza e dei suoi rapporti col mondo maschile, dei suoi amori, delle relazioni a due, di ciò che non è o va oltre il sesso. Ha l’ambizione di arrivare a un sentimento universale femminile sull’altro sesso, come accenna anche nella parte introduttiva che abbiamo citato.


Da questo punto di vista si stacca da gran parte della produzione libraria di oggi, spesso appiattita su sguardi di corto raggio o un prolisso psicologismo. Il libro è una specie di narrazione a frammenti della propria educazione sentimentale a partire dalla pubertà: l’avvio si chiama infatti “Inizio: 12 anni e la paura, o il presagio dei lui che arriveranno”.

Come nella vita di un giovane, le poesie alternano momento di euforia e di tristezza, paura a malinconia. I versi di Teresa Vannini possono diventare osceni o di un realismo crudo ma poi arriva anche un momento di riflessione, l’aprirsi della vita attraverso piccole cose quotidiane, come il bisogno di andare a spasso nel parco. Oppure, quel momento in cui tutto ciò che era stato considerato amore sparisce e la narratrice si ritrova di fronte un estraneo: «Forse sarebbe stato più semplice se ci fossimo amati fin dall’inizio, se non avessimo dovuto vivere con la costante speranza di imparare ad amarci l’un l’altro. Forse sarebbe stato più vano, ma più reale allo stesso tempo capire sin da subito che ciò che ci legava era niente, solo speranza inutile e meschina che ci rendeva dipendenti dalla ricerca di una felicità che ci era impossibile trovare. Eppure io ti guardo e non ti amo, e neppure provo un senso di tenerezza nei tuoi confronti, al massimo compassione. La compassione che provo per me. Ci ritroviamo appallottolati come fogli di carta bianca e pulita in un cestino; gettati prima ancora di essere scritti perché l’uno per l’altro non avevamo alcuna parola da dire».

Si trovano anche brevi ma fulminanti caratterizzazioni che nascono da giochi di sguardi a distanza, come questa: «Io sono quella ragazza seduta in treno / Che va a fumare negli stop / Mentre legge poesie sul / Suicidio / Di massa».

Chiudiamo questa presentazione con una poesia che dà un po’ il senso di questa prima opera artistica ruvida ma profonda, e che presto potrebbe diventare un’opera teatrale tra prosa, poesia e canzoni. «Ho bisogno di giornate di sole/ mangiare un gelato o / prendere un caffè all’aperto. / Non ha senso che mi parli di sesso / se poi non vuoi andare al parco. / Vorrei essere il tuo cane forse. / E non riesco a pensare a Natale adesso / perché dopo settembre c’è un buco nero / però anche andare ad Assisi insieme / non mi dispiacerebbe / cantarti una ninna nanna / pettinarti i capelli/ forse andare anche a messa. / E tu appoggiato con mezzo corpo / sulla mia coscia. / Che non ti appoggi del tutto. / Per non farmi male. / Ma i lividi ci sono lo stesso».

Teresa Vannini, modenese, ventenne, diplomata al liceo classico Muratori-San Carlo, oggi è allieva attrice presso la civica Paolo Grassi di Milano. Ha partecipato a vari cortometraggi tra cui uno per la New York Film Academy.

Ha all’attivo uno spettacolo scritto e recitato da lei chiamato “Caffè freddo” che ha vinto nel 2018 il premio Lumintenda 18.