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“Storie dal manicomio”: quando l’omosessualità era una “cosa da matti”

Vicende di pazienti modenesi nel libro di Francesco Paolella  

Una ragazza modenese, attratta da un’altra donna, al centro di uno dei primi casi documentati in una cartella clinica manicomiale di «inversione sessuale» (come veniva definita, a fine Ottocento, l’omosessualità); cinque ragazzi che volevano rubare a un sassolese un libro, convinti che avrebbe dato loro poteri magici. Sono queste le due insolite vicende che riguardano la nostra provincia, al centro delle “Storie dal manicomio”, un volume scritto dal ricercatore Francesco Paolella. Il libro, edito da Clueb di Bologna, arriva in libreria in questi giorni. Al centro vi sono uomini e donne transitati al manicomio “San Lazzaro” di Reggio Emilia. Ognuno di loro ha avuto un’esistenza unica, e l’autore ne ha raccontato gli amori impossibili, le ambizioni letterarie, i contrasti familiari, lasciando sullo sfondo le diagnosi.

Paolella, cosa si legge dietro quei documenti sanitari?


«Leggendo le cartelle cliniche conservate nell’archivio del “San Lazzaro”, è stato possibile ricostruire tante storie di vita, ognuna nella propria irriducibile eccezionalità: dall’avvocato al seguito di Garibaldi nelle guerre risorgimentali, alla giovanissima prostituta in fuga dal manicomio grazie alla guerra, al finto medico che girava per il mondo e scrisse al papa per diventare suo ambasciatore. D’altra parte, da queste vicende emerge chiaramente il mandato assegnato negli ultimi due secoli alla psichiatria e ai manicomi: difendere la società da una infinita serie di deliri e anormalità».

Tra le “stranezze” da controllare e reprimere c’era l’omosessualità. Racconta della modenese Ersilia.

«Nel corso delle mie ricerche, mi è capitato pochissime volte di trovare una diagnosi esplicita di omosessualità. Anche nel caso di Ersilia, è soltanto leggendo la sua storia che si comprende che venne internata per lo scandalo causato dalla sua infatuazione per una donna più grande di lei. Un'altra particolarità della sua cartella, è la presenza di diverse sue lettere, anche al direttore del manicomio, in cui ricostruisce la storia di questo amore impossibile e da cui emerge essenzialmente una storia di solitudine. I medici del “San Lazzaro” si sono interessati anche alla sua famiglia nel complesso, sottolineando le eccentricità di diversi membri, tanto che sua sorella sarà più avanti ricoverata per isteria».

Un’altra storia che ha rintracciato riguarda il libro magico di Varana.

«In questo caso, ho potuto ricostruire la vicenda non partendo da una cartella clinica, ma da diversi articoli scientifici pubblicati all’epoca. Nel 1891, cinque giovani sono stati accusati di aver tentato di rubare a un contadino di un borgo vicino a Sassuolo, un presunto libro magico, detto “Libro del Comando”. Per decenni diversi psichiatri cercarono di stabilire nelle loro perizie se si trattava di semplici delinquenti o di malati da internare. Il caso ha fatto scalpore perché mischiava esoterismo, magia, religione e, appunto, follia, in una piccola realtà».

Gran parte dei “matti” modenesi finivano a Reggio. Perché qui non venne creato un manicomio? E quali caratteristiche aveva il “San Lazzaro”?

«L’unica cosa (o quasi) che gli Este hanno realizzato a Reggio e non nella capitale, è stato proprio il manicomio, due secoli fa, nel 1821. E non può essere stato certo un caso. Se la scelta iniziale è stata data dalla volontà di “allontanare” la follia, nei decenni successivi la costruzione di un manicomio modenese è stata sempre accantonata perché troppo costosa. Il “San Lazzaro” ha rappresentato per Reggio una piccola città dei “matti” accanto alla città dei sani, arrivando ad ospitare anche diverse migliaia di ricoverati e dando lavoro a centinaia fra operai e guardiani. Oggi l’area ospita un campus universitario, i servizi sanitari, il Museo di storia della psichiatria, oltre alla Biblioteca “Carlo Livi” e all’Archivio dove ho potuto svolgere le mie ricerche».

Un personaggio al quale si è affezionato di più?

«Senza dubbio la vicenda di don Luigi, un parroco di montagna, internato più volte a causa del suo alcolismo. È una storia, la sua, emblematica di tante storie di ricoverati in manicomio, perché fatta di solitudine, di abbandono, di difficili rapporti con la famiglia. Al tempo stesso, nei suoi autografi rivela una lucida capacità di analisi della sua situazione e di quella di tanti altri “compagni di sventura».