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Modena. Minoranze e differenze nel dialogo di una coppia

Al Teatro Tempio arriva lo spettacolo “Blind love” di Berti Confronto tra un uomo e una donna sul futuro della società



MODENA “Blind Love” di Alessandro Berti arriva al Teatro Tempio di Modena da stasera e fino al 22 maggio (da martedì a venerdì ore 20.30, sabato 19.00 e domenica 16.00). Regista e drammaturgo peraltro vincitore lo scorso anno del Premio speciale per l’innovazione drammaturgica alla 56° edizione del Premio Riccione per il Teatro, Berti è autore e attore tra i più originali in Italia: nell’ultimo decennio il suo lavoro lo ha visto sempre più impegnato in un percorso di indagine sulla relazione tra teatro, politica ed etica .


Berti, “Blind Love" è il terzo capitolo di un lungo progetto denominato “Bugie Bianche”: di cosa tratta?

«Bugie Bianche è un percorso quadriennale sulla storia e le questioni odierne del rapporto tra maggioranza bianca e minoranza nera nelle società occidentali. Con il primo capitolo, "Black Dick", avevo ripercorso la storia dell'immagine del maschio nero per come l'ha costruita e spacciata il maschio bianco, specialmente negli USA: dalle colonie ai trionfi nello sport, dallo schiavismo ai linciaggi, dalla musica alla pornografia. Il secondo, "Negri senza memoria", è invece un’indagine sul complesso ed equivoco rapporto tra italoamericani e afroamericani negli Stati Uniti, fatto di ipocrisie, diffidenza e attrazione. Poi, a conclusione ,c’è "Blind Love", un dialogo intimo tra una coppia mista (lui bianco, lei nera), immaginario ma verosimile, che incarna nella coerenza psicologica dei personaggi alcune brucianti questioni della società di oggi in Italia».

Quali sono gli aspetti che vuole mettere in evidenza in questo spettacolo?

«Blind Love è uscito come dialogo, forse perché il cuore dello spettacolo è proprio un confronto, che a tratti diventa conflitto: tra un uomo e una donna, tra un bianco e una nera, tra una persona più giovane e una un po' meno. In una stanza da letto una domenica mattina i due protagonisti si trovano inaspettatamente a squarciare il velo dell'abitudine e a provare a nominare il “non detto” su alcuni temi caldi: desiderio, immagine dei corpi, stereotipi razziali, coscienza politica. Di cosa parliamo allora? Di pornografia, di razza, di colore, del perché desideriamo qualcuno, di religione, di politica...Sarebbe bello che in famiglia, in questo caso in una coppia, si affrontassero questi temi, le famiglie sarebbero allora luoghi profondamente educativi. Il tema centrale è: dove stiamo andando, come società? Con che occhi guardiamo le differenze, le minoranze?».

Da dove ha origine questa sua profonda attenzione al tema?

«Avevo dei ragazzi africani come vicini di casa. Lo sguardo incerto, ma oggettivante, impaurito, che i bianchi italiani, me compreso, avevano su di loro, mi ha fatto riflettere. Ne parla bene Toni Morrison, spesso, nei suoi libri, di questo sguardo bianco sul corpo nero. Poi mi hanno impressionato le reazioni della società italiana a fatti di cronaca che coinvolgevano neri, la disinvoltura con cui colleghiamo il corpo nero alla violenza, perpetrata o subita. Così ho cominciato a studiare, per anni, la questione e ne è nata la trilogia Bugie Bianche».

Ha avuto modo di osservare le reazioni del pubblico?

«Le reazioni sono varie ed ho trovato le nuove generazioni molto interessate, soprattutto alla parte sul porno, alla mia analisi del porno amateur, allo smascheramento dei meccanismi del desiderio, ma direi anche al discorso sulla razza, questione che magari vivono senza pensarci ma che, almeno qualcuno di loro, invece vive coscientemente. Forse non sono d'accordo su tutto quel che diciamo in scena ma non possono non ammettere che il discorso che facciamo è articolato, complesso, non superficiale e quindi destabilizzante. Naturalmente, come anche in Black Dick, il mio testo è fortemente provocatorio: ho inserito questioni fastidiose, scomode, guardo senza pietà al modo stereotipato con cui i cosiddetti 'buoni' guardano le questioni della vita.Ritengo che il teatro sia quanto di meno ideologico ci sia, e mi diverto a prendere in giro schematismi e ideologie. Penso però di farlo sempre con il rispetto per la sofferenza. E la storia dei neri è una storia di sofferenza».