Contenuto riservato agli abbonati

Modena. Gemma Calabresi racconta il perdono: «Strada piena di ostacoli ma alla fine regala serenità»

La vedova Calabresi questa sera in San Carlo presenta il libro “La crepa e la luce”  in cui racconta l’esperienza dopo l’assassinio del marito Luigi nel 1972

MODENA «Riesco ancora a dire che il palazzo era bellissimo perché sento che, in qualche modo, mi ha protetta. Penso che quegli alberi mi abbiano messo al riparo da un dolore più grande di quello che ho provato: dalle mie finestre ciò che accadeva in strada non si vedeva, non si sentiva. Il silenzio di quel cortile ha preservato l’ultima immagine che ho di Gigi: lui che, sorridendo, mi saluta dalla porta».

Con poche parole Gemma Calabresi Milite ci dona un’immagine potente. I nostri occhi subito diventano lucidi. Il palazzo si trova a Milano, in via Cherubini, dove il 17 maggio 1972 il commissario Luigi Calabresi è stato assassinat. Lui aveva trentacinque anni, sua moglie Gemma dieci di meno. Mamma di due bimbi era in attesa del terzo.

Dopo mezzo secolo Gemma Calabresi Milite ha voluto raccontare la sua storia “sulla strada del perdono”: “La crepa e la luce”, libro edito da Mondadori che l’autrice presenterà oggi alle 20,45 nella Chiesa di San Carlo a Modena. Non è un caso che la figlia di mezzo della famiglia Capra – “quarta di sette fratelli mi sentivo un po' sola, ma avrei trasformato lo svantaggio in vantaggio: sarei stata l’ago della bilancia” - abbia firmato il suo primo libro con i cognomi di entrambi i mariti, quasi fosse un inchino all’amore che due volte l’ha baciata per poi lasciarla nuovamente sola. Perché - le chiediamo al telefono - è stato più difficile restare vedova a 69 anni piuttosto che a 25? Nonostante la cattiveria umana mi abbia strappato Gigi allora avevo i miei bambini ancora piccoli che dettavano i tempi e davano un senso alla vita. E poi a venticinque anni si è più forti e la capacità di reazione è diversa.Quando è morto Tonino, il mio secondo marito, mi ero illusa di poter vivere una vecchiaia in compagnia. Tanto che oggi guardo le coppie anziane con tanta tenerezza epperò anche con un filo di gelosia. Ma ciò che più mi ha fatto arrabbiare con Dio, con cui poi mi sono riconciliata, è che anche Tonino è morto solo. Io l’ho saputo al telefono, non ho avuto l’opportunità di accompagnarlo, accarezzarlo un’ultima volta. Ne sono rimasta sconvolta.


Tonino (Milite) ha saputo ricucire la sua spaccatura tra il desiderio di continuare a vivere e la fedeltà alla memoria di Gigi. Quando ha capito che con lui era possibile amare ancora senza tradire?

« Io di base sono una persona ottimista e ho sempre pregato molto per chiedere aiuto. Quando ho conosciuto Tonino ho capito che era arrivato il momento giusto. Ho pensato subito che me l’avesse mandato Gigi».

Per quale motivo ha deciso di raccontare la sua storia?

Soprattutto perché volevo testimoniare che si può continuare ad essere felici. Ho condiviso questo mio percorso di fede e di perdono proprio per portare un messaggio di speranza a tutte le persone che soffrono. Mi sembrava un atteggiamento arido escludere gli altri dal mio cammino».

Come spiega, il percorso di perdono è senza ritorno ma a tratti sdrucciolevole. Comporta una continua rinegoziazione con i sentimenti di rabbia e vendetta. Oggi ha smesso di scivolare?

«Il cammino è stato lungo e pieno di ostacoli, all’inizio bastava una scritta, un articolo di giornale per ripiombare nella disperazione. Ora però, aiutata dalla fede che Dio mi ha dato proprio quel 17 maggio, sono in pace. Il perdono ti rende libero, è una forma di forza non di debolezza. Certo, anche chi non crede può perdonare. Per tanto tempo ho chiamato i responsabili della morte di Gigi soltanto assassini. Poi un giorno un mio alunno mi ha chiesto: “perché le persone che muoiono diventano tutte buone?”. La mia risposta? Perché dobbiamo ricordarne l’esempio positivo, giudicarli per ciò che di buono hanno fatto non per gli errori. Ed ecco che da quel momento ho restituito agli assassini di mio marito la loro umanità, i ruoli di padri e di mariti. Peraltro durante il processo ero rimasta colpita dal comportamento di uno di loro nei confronti del suo bambino. Era molto dolce».

Ha perdonato anche i sedicenti amici che in fondo hanno pensato “d’altronde, chi la fa l’aspetti” conriferimento alla morte di Pinelli?

«Ho perdonato tutti ma con loro sono stata e resto molto severa. Non sono una santa. Perché scrivere una cattiveria simile ad una persona che sai che sta soffrendo le pene dell’inferno? Anche se hai un dubbio…beh, io credo che di fronte alla morte si debba sempre tacere».

Si sente risarcita da uno Stato che a lungo è rimasto in silenzio senza spendere una parola per riabilitare la figura di Luigi Calabresi, riconoscendo tra l’altro la compostezza con cui lei e la sua famiglia avete sempre reagito alla diffamazione?

«Sì mi sento risarcita. Il primo a cambiare le carte in tavola è stato Ciampi nel 2007 che fu presente quando misero il ceppo in memoria di Gigi in via Cherubini. Ma poi anche Napolitano e lo stesso Mattarella… si sono dimostrati così affettuosi nei confronti delle vittime del terrorismo».

Nel 2007 è stato pubblicato “Spingendo la notte più in là”, il libro di suo figlio Mario il cui titolo è un omaggio ad una poesia di Tonino. Erano molto legati? E quanto ha influito il racconto di Mario sulla sua decisione di scrivere “La crepa e la luce”?

«Tonino è stato molto generoso con noi, ha cresciuto Mario e gli altri ragazzi e non credo che per lui sia stato facile scendere a patti col fatto che chiunque mi considerava ancora la vedova Calabresi. Indubbiamente “Spingendo la notte più in là” mi ha dato un forte input. Portare a buon fine “La crepa e la luce” per me è stato come chiudere un cerchio».