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Modena, Valbonesi riscopre l’incanto tra carte e materiali poveri

Da oggi al Complesso San Paolo l’antologica di 90 opere di 60 anni di attività  

C’è da chiedersi se con carte, oggetti in disuso e materiali poveri, trovati, si possa concepire un’opera d’arte. Ci sono riusciti maestri che hanno attraversato il Novecento, ma anche Gianni Valbonesi di cui oggi (inaugurazione alle 17.30) viene proposta, nel Complesso San Paolo, la mostra antologica “Dalle cose altri miraggi” che, con un percorso dall’ex chiesa alla sala delle monache, fa il punto su “60 anni di attività e di avventure” dell’artista modenese, di origini romane.

Modena, i 60 anni di collage di Gianni Valbonesi in San Paolo

Novanta i lavori alle pareti che segnano le tappe della sua ricerca in città, a partire dal periodo in cui Gianni aveva come compagni di viaggio, Carlo Cremaschi, Claudio Parmiggiani (insieme hanno costruito l’opera “Paesaggio Bu, nel 1964), Giuliano Della Casa, Carlo Candi, Lucio Riva, Franco Vaccari, Lucietta Righetti… La sua prima mostra risale al 1961, a 20 anni, che fece a Reggio e non a Modena, perché «quello che realizzavo allora a Modena non veniva esposto. La situazione poi cambiò con Mario Cadalora e Oscar Goldoni», a capo della Sala di Cultura che programmava eventi espositivi».



La mostra inizia con una ventina di mappe geografiche, catastali, destinate al macero, che l’artista ha recuperato, rendendole “vivaci” con il colore, con innesti inattesi a collage. Nelle sue opere tutto avvera il carattere multiforme delle possibili invenzioni dell’arte. I materiali più diversi, come spartiti, etichette, biglietti, tappi, brugole, bottoni, ma anche foglie d’acero, velluti, corde, schegge di specchi e porcellane, cambiano pelle a seconda delle strategie di rappresentazione e narrazione che l’artista sa imporre, con collage e assemblaggi, come modelli operativi.

Il quadro assume, nel gioco di variazioni di nuclei materici che si nutrono anche di cromie, il carattere di “paesaggio” assoluto, indefinito, oppure concreto, visionario e pure descrittivo, Diventa esperienza di curiosità e persino di meraviglia che gli stessi titoli recano in sé: dalla ferrovia nel bosco di conifere al modenese ignoto, da naufrago nella costellazione a “m’illumino d’immenso”, dal nemico di Titanic all’autoritratto da presuntuoso, da Andalusia-Latvija allla Via Lattea sui trucioli, dal canto del sidro al sogno degli orsetti ad investire idee, dal sogno consumistico ad acida policroma. L’opera vive nel desiderio di aprirsi ad esperienze nuove, nell’approccio ad una immagine poetica ma anche nella trasgressione dei linguaggi, in una continua variazione di memorie e di desideri, di gioie del vissuto.

Anche le sculturine polimateriche tendono a riqualificare i diversi brandelli, che le costituiscono, per una riqualificazione di contenuti (monumento al tipografo, idolo laico, l’artista e la sua creatura…). «Valbonesi nomina, negli anni, i propri lavori – nota Mario Bertoni nel testo critico – prelevando un elemento del’opera, un oggetto, ma soprattutto una scritta che compare su un prodotto presente nel quadro per farne un emblema». La riflessione critica di Luciano Rivi si basa, invece, «sul meccanismo di riorganizzazione di oggetti e cose che si precisa di volta in volta all’interno di un ventaglio di possibilità comunque comprese tra i registri dell’ironia e del comico… e sull’intenzione immaginifica dell’artista di riscattare i materiali dalla loro condizione banale». Nel tracciare la storia della sua formazione, Valbonesi ricorda di aver lavorato, dopo aver vinto un concorso, all’Urbanistica in Comune e di aver gestito un anno l’Ufficio Cinema. E poi i numerosi viaggi, il “Gruppo 63” che portò a Modena, grazie a Emilio Mattioli, Adriano Spatola, Giorgio Celli, Corrado Costa, Luciano Anceschi; la scoperta del dadaismo, l’informale, Sartre e l’esistenzialismo e la Beat Generation americana; il progetto, nel 2002, del monumento “il segno” nel Parco della Resistenza a Modena, realizzato con il contributo del partigiano Giancarlo Morselli. L’artista viene ritenuto dall’assessore Andrea Bortolamasi «una delle figure intellettualmente e culturalmente più vivaci che la città ha espresso».