Modena, "Il peso del mondo nelle cose", un progetto ambizioso firmato Longhi

MODENA È uno spettacolo di ricercata complessità “Il peso del mondo nelle cose”, l’allestimento di commiato con Emilia Romagna Teatro di Claudio Longhi, col quale si è aperta la stagione del teatro Storchi. Diviso in due parti, sostanzialmente indivisibili per poter cogliere il senso della creazione, trova nella moltiplicazione quasi seriale della duplicità una propria peculiarità: è il frutto, infatti, dell’adattamento di due racconti di Alfred Döblin operata da Alejandro Tantanian, in cui convergono due idee di teatro, prosa e cabaret, e dove ogni cosa è sé stessa ma pure qualcos’altro.

Due allegorie della vita (i racconti “Fiaba del materialismo” e “Traffici con l’aldilà”) che generano incessanti quesiti sul rapporto tra scienza e vita, realtà e illusione, finzione e verità. L’obiettivo ultimo sarebbe una riflessione sul potere e sulla funzione dell’immaginazione nel rapporto con la realtà, ed allo stesso tempo una sorta di “chiamata alle armi” per tutti coloro che riconoscono nel teatro la funzione fondamentale di luogo deputato ove la società trovi gli strumenti per riflettere su sé stessa, sulle dinamiche sottese alla propria esistenza. Il concetto di rappresentazione viene qui sublimato in tutta questa proliferazione di sensi, di significati, venendo però a generare una situazione di possibile disorientamento quando i tanti, forse troppi, stimoli si affastellano appesantendo l’incedere della trama, ovviamente duplice.

Da una lato infatti troviamo una storia che occhieggia al thriller e vede i familiari di una morta annegata ricorrere a una medium per mettersi in contatto con lei, con sullo sfondo un caso di omicidio e nello sviluppo lo scontro fra chi crede in una realtà spirituale e chi si vorrebbe fermare all’evidenza scientifica; dall’altro invece ci imbattiamo in due clown -ovviamente il “bianco” e l’”augusto” – che si fanno strumento di indagine sul rapporto uomo e natura, gli equilibri e le contraddizioni che in esso è dato riscontrare, con la supervisione di un Democrito da operetta che si balocca con la teoria degli atomi.

Un progetto ambizioso, non c’è dubbio, ma che probabilmente richiederebbe un assemblaggio meno criptico e una compagnia più uniformemente esperta. In sala il violino di Renata Lacko (alteranta a Mariel Tahiraj) e il pianoforte di Esmeralda Sella accompagnano la rappresentazione con sapidi contrappunti, facendo da base pure ad interventi canori di chiaro sapore brechtiano. C’è parecchia Mitteleuropa in questo spettacolo, d’altro canto, e questo non aiuta però a caratterizzarne la particolarità.