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Modena. Tornano i racconti di Antonio Delfini “un contemporaneo del futuro”

Roberto Barbolini presenta la riedizione pubblicata da Garzanti de “I racconti” dello scrittore modenese

MODENA Esce oggi, per la prestigiosa collana de I Libri della Spiga di Garzanti Editore, una nuova edizione de “I racconti” di Antonio Delfini, lo scrittore, poeta, giornalista modenese scomparso ad inizio anni ’60 dopo una vita assolutamente eccentrica, che giocò perennemente «a confondere vita e scrittura in un azzardo continuo, sino a fare della letteratura un surrogato dell’esistenza e a trasformare in racconto la propria tormentata biografia», come è sottolineato nei risvolti di copertina di questa pubblicazione.

Un’edizione che ne sancisce l’ingresso - si può dire finalmente? - fra i classici di una letteratura fin qui alquanto avara di riconoscimenti ufficiali nei suoi confronti, nonostante un premio Viareggio postumo nel 1963 e la stima di cui godette da molte delle maggiori figure dell’ambiente letterario italiano. Il volume riedita, dopo quasi sei decenni, quello premiato a Viareggio contenente i racconti “Una storia”, “Il ricordo della Basca”, e “Il 10 Giugno 1918”, con l'aggiunta di un apparato biobibliografico e una lunga introduzione con due saggi di Roberto Barbolini, il critico che, su “Paragone”, avviò la riscoperta dell’opera di Delfini negli anni ’70. È a lui che abbiamo chiesto di presentarci la pubblicazione, che giunge dopo un altro periodo di semi oblio nei confronti di un autore che ha conosciuto sistematici alti e bassi .


«In effetti, Delfini è sempre stato a pelo tra la dimenticanza e la riemersione, benché sia sempre stato un autore amato dagli scrittori, a partire dal maggior critico/scrittore della seconda parte del Novecento, Cesare Garboli, ad altri ancora come Gianni Celati, Alberto Moravia, Alberto Arbasino, fino ad un autorevole filosofo quale Giorgio Agamben che si è occupato di lui più di una volta facendolo risalire dalla condizione dell’artista esclusivamente di nicchia, come pure negli anni ‘30 aveva avuto un avallo prestigioso da figure quali Eugenio Montale, Mario Pannunzio, Carlo Bo»


Un motivo potrebbe trovarsi nel fatto che Delfini non abbia mai scritto un romanzo?


«Non è da escludere. In fondo l’editoria un po’ massificata chiede se non solo soprattutto romanzi, per l’atavica e secondo me ingiustificata diffidenza italiana nei confronti del racconto, quasi fosse un genere letterario di serie B, mentre a mio parere rimane la forma nella quale la letteratura italiana si è espressa meglio. In ogni caso il destino di Delfini è sempre rimasto quello di restare in questa specie di limbo, ed è curioso perché è uno scrittore che potremmo anche definire “facile”, nel senso che non si è mai avventurato nelle acrobazie linguistiche tipiche di certa avanguardia. Ho tenuto a sottolinearlo pure in uno dei saggi introduttivi al volume, dove rimarco come peraltro questa “facilità” sia frutto, a dire il vero, di una complessità sia strutturale del personaggio, sia del suo background. Per comprenderlo, vengono in mente le Salse di Nirano: nei suoi racconti memorie, affetti, rancori, affanni risalgono come dal sottosuolo argilloso ribollente e si solidificano sulla pagina come quei piccoli vulcani, in straordinario equilibrio tra il continuo fluire di fango e l’erosione compiuta dalla pioggia all’esterno».


Nel saggio definisce Delfini “gemello rallentato”


«In lui è un po’ tutto sdoppiato. Da un lato, è limpido come una cascata, uno scrittore che si legge bene, con grande immediatezza comunicativa; dall’altro è questa cosa ctonia che ribolle delle sue vicende private, del complesso della provincia che lo insegue, di un’araldica familiare con la quale si confronta in una continua rilettura, per cui ho dovuto fare ricorso ad uno sdoppiamento della figura, immaginando in lei due personaggi, due gemelli, di cui uno rallentato temporalmente e l’altro che viaggia nel futuro. Il primo deambula come un dandy di provincia condannato a invecchiare fra i portici della sua piccola città, l’altro si proietta a velocità stratosferica ad esplorare altri universi libero dalla comune forza gravitazionale, quasi vincendo il fenomeno dell’invecchiamento. Diventa complicato inserire in un canone un elemento come Delfini, per il quale si può parlare di una gravosa disappartenenza a qualsiasi preciso contesto, che sia l’avanguardia o la tradizione».


Garboli parla anche di una "schizofrenia florida"


«Che è anche ciò che trasforma Delfini in un “contemporaneo del futuro”, come lo ha definito Pontiggia, un piccolo classico, pur con le sue imperfezioni. Non è mai stato un “moderno” (bellissime sono le parole di Pasolini in proposito), non ha avuto la visione dei geni universali, ma piuttosto la dimensione alta di quell’autore che è sempre un passo avanti, che non riesci mai a raggiungere».


«In questo breve testo Delfini mostra di aver compreso tutto. È una mirabile vanvera priva di limiti temporali in cui si sconvolge la nostra percezione abituata allo svolgimento in senso cronologico della storia. Disilluso, amareggiato, riconsidera l’ordito dei suoi vecchi racconti e ne affronta la sostanza autobiografica, ed in questa memoria pare si rincontrino i gemelli diversi di cui parlavamo prima riconciliati in una realtà senza passato né futuro. Ma di cortocircuiti spazio temporali troviamo continue tracce nell’opera di Delfini, scrittore disperato e pieno di grazia, vinto dalla nostalgia per un altrove in cui non è mai veramente stato».